1.6. Scrittura, organizzazione politica e legittimazione del potere
Per gli antropologi il possesso di una forma di scrittura è uno dei requisiti necessari per accedere al rango delle “alte culture” contrapposte alle società senza scritture definite “primitive”.
È indubbio che la scrittura concorra alla costituzione e al mantenimento delle società complesse che ci sono più familiari, è certo però che il suo collegamento con le forme societarie non è né meccanico né deterministico: vi sono grandi imperi che non hanno avuto scrittura nel senso più corrente, così come la presenza di scrittura non comporta necessariamente un certo tipo di organizzazione statuale. Ci si dovrà chiedere in maniera più articolata quali sono i rapporti tra scrittura e ordinamento statuale e quali siano le altre componenti che entrano in gioco. Non si può semlicemente affermare che la scrittura concorra al mantenimento dell’ordine sociale e dunque entri nel funzionamento della società ordinata (visione del pensiero antropologico in cui non si riconosceva ancora la complessità dell’ordinamento sociale delle cosiddette società acefale, quelle dove non è possibile ravvisare una forma centrale di potere).
In tutte le società, per definizione, ci sarà un ordine sociale interno e questo avrà bisogno, per essere mantenuto, di una continua circolazione di segni e messaggi; in ogni società, per definizione, ci sarà una qualche forma di potere, poiché non è pensabile che un gruppo non senta necessario dotarsi degli strumenti coercitivi per assicurare l’osservanza delle regole che si è dato. Se pensiamo ad organizzazioni statuali come quelle mesopotamiche, dove la scrittura raggiunge la massima e più articolata utilizzazione, vi si ritrovano compresenti più fattori decisivi. Innanzitutto il costituirsi di un modo di produzione nuovo. La storia della scrittura ci riporta alla storia di processi ancora più fondamentali per la sopravvivenza: la “rivoluzione agricola”. Nella storia dell’uomo si ritiene oggi si siano avute almeno tre rivoluzioni agricole: la più antica ebbe luogo nel sud-est asiatico, nel bacino del Mekong, attuale Thailandia settentrionale (i reperti sono anteriori al 12.000 a.C.); la seconda circa 10.000 anni fa nelle nascenti società neolitiche del Vicino Oriente; la terza alcuni millenni più tardi, nel Nuovo Mondo.
Nel Vicino Oriente antico alla rivoluzione agricola si accompagnò l’accumulo e la centralizzazione del sovrappiù alimentare, con la conseguente nascita di una struttura per conservarlo e gestirlo. L’accumulo porta altre conseguenze: servono strategie e meccanismi per difendere le nuove ricchezze dalle incursioni dei nomadi, quindi la divisione tra il mondo protetto e l’esterno, cui segue pertanto una grande riorganizzazione gestionale. Si avranno le specializzazioni dei compiti, l’organizzazione dei vari mestieri e contemporaneamente la creazione di un potere verticale, anzi piramidale, le attribuzioni di potere crescono via via nella scala gerarchica fino al vertice della piramide (il sovrano), di conseguenza la necessità di fissare queste strutture in una sede stabile (palazzo reale con depositi e archivi), intorno un agglomerato urbano (mura ed opere di difesa). Si costituiscono quindi opposizioni significative tra i vari livelli delle gerarchie del potere (tra sovrano, varie categorie di funzionari e i suoi sudditi - tra sovrano ed altri sovrani - tra il centro e la periferia). La casta dei funzionari organizza e produce la comunicazione che formalmente emana il sovrano; essi devono necessariamente contribuire a legittimare quel potere senza il quale non sarebbero quello che sono.
Che esista un’attività grafica di comunicazione attraverso simboli visivi, potrebbe essere cosa ovvia e non presuppone necessariamente una casta specializzata (anche le donne che ricamano le stoffe o decorano le ceramiche possono contribuire a far circolare simboli grafici e questi possono contenere la cifra di un ordine costituito). Bisognerà aggiungere che la scrittura, nell’accezione politica, implica l’esistenza di un gruppo molto specializzato che dispone del tempo necessario per l’attività dello scrivere; scrittura vuol dire da un lato letterati, educazione formale, trasmissione di essa, e dall’altro condizioni esterne per sostenere i letterati e difenderli, specializzazione dei compiti, ecc.; alcuni studiosi ritengono che la presenza di un sistema di scrittura sia uno dei requisiti perché un agglomerato abitativo possa essere detto “città”.
Ecco allora che l’originaria funzione di mantenimento dell’ordine sociale si scompone in una serie di funzioni, ciascuna delle quali può ben essere svolta dalla scrittura. Innanzitutto l’archiviazione dei dati contabili legati ai tributi e alle riserve. Gli scavi effettuati dalla Russia alla Valle dell’Indo dimostrano che vi è una sorprendente concordanza nei procedimenti di computo e registrazione.
Il procedimento più antico e diffuso è quello che viene identificato con il nome di “bullae” (sfere cave di argilla che contenevano un certo numero di contrassegni che corrispondevano alla quantità di merce che esse accompagnavano). Questo sistema che attraversava confini linguistici e culturali proprio come oggi le pratiche amministrative e contabili, è anche uno dei possibili precedenti della scrittura mesopotamica.
Analoghi alle bullae per omogeneità di diffusione sono i “boli di argilla” che venivano pressati, ancora freschi, su determinati oggetti e poi sigillati con un sigillo personale; questi nell’uso archeologico sono detti “cretulae” (ritrovati a migliaia con le stesse caratteristiche e grande varietà di sigilli che servivano al riconoscimento personale).
Necessaria al funzionamento della struttura statuale era la trasmissione dei messaggi, ordini ai governatori, imposizioni di tributi, richiami ai sudditi, ecc.. I documenti ufficiali si assomigliano molto tra di loro a prescindere da quale cancelleria li emani, perché c’è nel tempo una continua trasmissione di schemi e di moduli. Il possesso delle necessarie tecniche grafiche, linguistiche, diplomatiche è una specializzazione intellettuale piuttosto complessa che si acquista solo con lungo studio (è più facile fondare un regno che crearne i cancellieri).
Tutte le società hanno loro meccanismi per tenere in vita il ricordo delle loro origini, ma in presenza di una sovranità centrale non è più la storia di tutto il popolo ad essere ricordata, ma la storia della dinastia regnante o del solo regnante; ed è questa ad essere scritta. La regalità richiede segni percepibili del potere e dei suoi valori, nonché della sua forza (ad esempio i fasci littori).
Da questo punto di vista la scrittura è, per comunicare i simboli della regalità, il sistema più evidente e il più economico.
La differenza con le società orali è che la regalità trasmette i suoi simboli anche in sua assenza; ecco la necessità di scrittura, ma più in generale di forme visive grafiche.
I mosaici di Ravenna portano il nome dei vari funzionari, ma non quelli di Giustiniano o di Teodora, perché la loro immagine al centro della raffigurazione è di per sé sufficiente.
I viaggiatori occidentali che nel Sei-Settecento visitavano le corti orientali e descrivevano gli aspetti del dispotismo orientale erano colpiti dal silenzio che regnava nelle corti, a sottolineare il potere assoluto e notavano quanto il sovrano comunicasse per iscritto con i suoi sudditi. Più che la parola era l’ordine scritto che veicolava il volere assoluto.
I documenti ufficiali testimoniano tutti la comune tendenza, al di là del fattore contingente, a ricapitolare e riaffermare i termini del potere. Le scritture pubbliche e solenni sono concepite per essere colte da tutti, i simboli che le compongono sono accuratamente progettate e realizzate in modo che la forma, i materiali, la disposizione li rendano durevoli nel tempo come segno tangibile del potere da cui sono emanate.
Siamo abituati a trattare ogni reperto scritto come documento, fonte storica per fissare una data o un nome senza farci distrarre dalla sua forma e disposizione. Occorre cercare di valutare invece l'impatto che poteva avere una stele, una facciata scritta, un monumento.
Nelle tradizioni in cui la scrittura ha un inventore è raro che l’invenzione non si faccia risalire ad un’apparizione divina.
| Figura 1.9 - Cilindro con una preghiera al dio luna (Mesopotamia, metà del II millennio a.C., Museo del Louvre - da: Naissance de l’écriture - Galeries nationales du Grand Palais, 7 mai-9 août 1982) |
È inevitabile che chi ha rivelato il verbo non riveli anche il modo per comunicarlo: una stessa provvidenza fa scendere il dono delle lingue sugli apostoli riuniti e dà forma ai segni perché anch’essi parlino agli uomini.
La scrittura può racchiudere essa stessa la risposta alle domande che si rivolgono agli dèi: secondo la dottrina degli àuguri babilonesi le risposte degli dèi alle domande loro rivolte erano “scritte” nel fegato dell’animale esaminato.
A formare questa scrittura possono essere tracce, linee e contorni che non avrebbero significato e che solo nella divinazione cessano di essere tracce e linee per diventare caratteri significativi. Oppure può essere una vera scrittura che già di per sé “significa” ma che contiene in sé, entro le tante possibili letture, quella cercata.
Le “sortes” del mondo grecolatino consistevano nell’aprire a caso una pagina di un testo (Virgilio, la Bibbia, Omero) e leggere le prime righe che cadessero sotto l’occhio: questa era la risposta cercata. È qui che si attiva una concezione del testo scritto come microcosmo: tutte le risposte sono già date, tutti i nomi stati enunciati, all’uomo non rimane che consultare ciò che è scritto.
Il rito delle ossa oracolari o “ossa di drago” cinesi (II millennio a. C.), consisteva nell’esporre al calore del fuoco delle ossa oracolari (scapole di buoi o pecore, piastre di tartaruga), sulla cui superficie levigata erano incise delle domande, il calore del fuoco produceva delle screpolature nell’osso e da queste si traeva la risposta alle domande. Le domande rivolte ad antenati o a divinità vertevano sul tempo, il raccolto, le spedizioni di caccia, la salute, i sogni. La caratteristica di questa divinazione era che veniva formulata sotto forma di una coppia di domande antitetiche: “Il divinatore X chiede se il giorno tale si produrrà il tale avvenimento/Il divinatore X chiede se il giorno tale non si produrrà il tale avvenimento”, la doppia domanda dipendeva dalla necessità di ottenere una risposta precisa e non equivoca. Risposta che legittimava certe azioni e dunque il potere di chi poteva e doveva compierle o meno.




